Festa della Santa Famiglia – Conclusione del Giubileo

28-12-2025

 

Fratelli e sorelle carissimi,

Ci ritroviamo oggi, nella festa della Santa Famiglia, per concludere insieme l’anno di grazia che il Signore ci ha donato attraverso il Giubileo della Speranza. Guardiamo a Gesù, Maria e Giuseppe, che hanno fatto della loro casa di Nazareth un focolare di speranza. Gustando la bellezza del ritrovarci con loro, accogliamo le parole illuminanti che Papa Leone XIV ha pronunciato pochi giorni fa nell’udienza generale: «Senza speranza siamo morti; con la speranza veniamo alla luce. La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. […] Sperare è generare» (Udienza del 20/12/2025). Come vorrei che da questa nostra celebrazione noi tutti partissimo con l’impegno a generare speranza, a farla rifiorire nel cuore di chi è smarrito o schiacciato da paure e preoccupazioni, offrendo quel bene prezioso che ancora una volta oggi ci è donato nell’Eucarestia, Gesù, Verbo eterno del Padre, nato nel tempo da Maria. È lui la nostra speranza!

Lasciamoci ora condurre per mano dalla Parola che abbiamo ascoltato, la quale ci offre motivi validi per sperare ancora.

  1. La pagina del Vangelo ci mostra una scena drammatica: una famiglia in fuga, minacciata, costretta all’esilio. Giuseppe deve lasciare la propria terra, portando con sé Maria e Gesù, mentre a Betlemme altri genitori disperati piangono per la morte dei loro figli, vittime innocenti della furia omicida di Erode. Come non riconoscere nella vicenda travagliata della Santa Famiglia il dramma di tante nostre famiglie? In questo momento, penso in primo luogo ai papà, alle mamme, ai bambini che pagano il caro prezzo della guerra. Sono ancora impresse nei nostri occhi le immagini delle tende di Gaza divelte dalla pioggia e dal vento gelido: quando l’odio e l’egoismo non cedono il passo a propositi autentici di pace, il risultato è un’infinita carovana di rifugiati e senza fissa dimora, costretti a fuggire, proprio come la Famiglia di Nazareth. Penso anche a tante famiglie della nostra terra, che devono fare i conti con altri tipi di difficoltà: la precarietà economica che rende impossibile progettare; i ritmi di lavoro che rubano tempo alla relazione; la fatica educativa con figli che crescono in un mondo che cambia più velocemente di quanto noi riusciamo a comprendere; l’incapacità di gestire e superare le incomprensioni; la solitudine urbana per cui si può vivere porta a porta con qualcuno per anni senza mai davvero conoscerlo. In questa celebrazione, che riunisce la grande famiglia della Diocesi di Conversano-Monopoli, vorrei provare a rileggere la pagina evangelica anche alla luce del cammino di Chiesa che stiamo percorrendo. Le prove della Santa Famiglia di Nazareth sono anche quelle della Chiesa, che viene relegata ai margini da quanti rifiutano o perseguitano i discepoli di Cristo per la loro fede, che è ferita dall’infedeltà di coloro che dovrebbero offrire buona testimonianza, che a volte ha paura di annunciare la parola “scomoda” del Vangelo, che si sente smarrita di fronte al calo delle vocazioni e allo svuotamento delle chiese.
  2. Fratelli e sorelle, la Santa Famiglia di Nazareth la sentiamo vicina a noi, perché ha toccato con mano la durezza della vita. Tuttavia, la pagina evangelica ci lascia intravedere una luce al di là delle tenebre delle prove. Giuseppe e Maria non si lasciano schiacciare dalle difficoltà, ma vanno avanti. Vorrei per un attimo attirare la vostra attenzione sul triplice sogno di Giuseppe. Nel linguaggio biblico il sogno rappresenta una peculiare modalità con cui Dio si manifesta all’uomo. Il sogno è il luogo del discernimento della volontà di Dio. Se notate, ogni volta che c’è bisogno di salvare qualcuno, Dio appare in sogno: così accade quando Giuseppe sta pensando di ripudiare Maria, con il rischio di esporla a un destino infamante, o quando la Santa Famiglia è minacciata dalla furia omicida del governante di turno. Per salvare la famiglia c’è quindi bisogno di sognare: non vivere di illusioni, ma aprire il cuore al sogno di Dio su di noi. Il Signore spesso ci indica una strada diversa a quella che avevamo pensato di percorrere: Giuseppe è tentato di lasciare Maria e invece Dio gli suggerisce di tenerla con sé; Giuseppe è preso dalla paura nei confronti di Archelao e invece Dio lo incoraggia a proseguire il cammino. Nei suoi sogni Giuseppe impara che c’è ancora una speranza per lui e la sua famiglia. Miei cari, anche per noi c’è ancora una speranza. In questi giorni, a Roma, vengono chiuse le Porte Sante della Basiliche Maggiori. Ma la porta invisibile della speranza resta aperta. Vorrei contemplare con voi il miracolo della speranza, che è sempre all’opera: in quei giovani che cercano senso e si lasciano interrogare quando incontrano testimoni credibili; in quelle famiglie che, malgrado le ferite, non hanno smesso di credere nell’amore; in quegli anziani, che nonostante la fragilità della malattia o dell’età che avanza, continuano a essere maestri di saggezza. Ma vedo fiorire la speranza anche nella nostra Chiesa diocesana: nelle comunità che si prendono cura dei più fragili; nei sacerdoti che si consumano ogni giorno con entusiasmo nel servizio al Popolo di Dio; negli operai e negli imprenditori che lottano per mantenere viva l’economia del nostro territorio senza cedere alla logica dello sfruttamento; nei catechisti, nei volontari, nei tanti cristiani anonimi che tessono quotidianamente la trama del Vangelo.
  3. Al termine del Giubileo, la Chiesa ci affida alla speranza che non delude. Questa virtù teologale non consiste in una vaga forma di ottimismo e neppure in uno sguardo ingenuo sulla realtà della vita. No, per noi la speranza è una persona: è Gesù Cristo! Quel Bambino, affidato alle mani premurose di Giuseppe e Maria nel loro pellegrinaggio, ha custodito la loro famiglia ed è lo stesso che oggi custodisce noi, liberandoci dalla paura del futuro. È Lui che illumina i passi da compiere e risveglia il coraggio di metterci in cammino. Fratelli e sorelle, il Venerabile don Tonino Bello diceva che bisogna “organizzare la speranza”: sperare non significa vivere nell’attesa passiva di un bene futuro, ma rimboccarsi le maniche per piantare nuovi semi del Regno di Dio. Per organizzare la speranza bisogna però permettere al Signore di scomodare le nostre abitudini, di scardinare le nostre sicurezze, di lasciarci condurre verso strade nuove, proprio come è accaduto a Giuseppe. Con questo spirito, permettetemi di indicarvi, al termine del Giubileo, tre conversioni da compiere e tre gesti da mettere pratica.

Innanzitutto, siamo chiamati alla conversione, che è il frutto di ogni esperienza di grazia.

  • Prima conversione: dalla religiosità alla fede. Siamo chiamati a riscoprire la bellezza di una fede pensata, dialogata, approfondita. Non basta più una religiosità abitudinaria fatta di riti e tradizioni ripetuti per inerzia. Serve una fede adulta, capace di confrontarsi con le domande del nostro tempo, di dialogare con la cultura contemporanea, di offrire ragioni credibili della speranza che portiamo nel cuore. Dobbiamo investire nella formazione: degli operatori pastorali, dei catechisti, dei giovani, delle famiglie, di tutti i battezzati, senza dimenticare i Pastori, presbiteri e diaconi, a cui è affidato il compito di alimentare la fiamma della fede nelle nostre comunità con l’annuncio della Parola. Una Chiesa che non pensa è una Chiesa che resta senza frutti e muore.
  • Seconda conversione: dalla conservazione alla missione. Dobbiamo riscoprire la forza del mandato missionario, sempre di grande attualità per la Chiesa. Siamo chiamati a uscire. Non possiamo più aspettare che le persone vengano da noi: dobbiamo andare noi verso di loro per portare la ricchezza che possediamo, Gesù Cristo. Questo significa ripensare le nostre parrocchie non come “fortini” da difendere, ma come “ospedali da campo”, come amava dire Papa Francesco. Significa creare spazi di accoglienza per chi è lontano, per chi è ferito, per chi cerca senza sapere cosa cerca. Significa portare il Vangelo nelle periferie esistenziali del nostro territorio: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ambienti digitali dove si costruiscono le nuove agorà del confronto sociale.
  • Terza conversione: dall’individualismo alla comunione. Non siamo credenti solitari ma membra di un corpo, pietre vive di un edificio spirituale. Occorre pertanto riscoprire la bellezza della comunione ecclesiale, superando campanilismi e gelosie, imparando a camminare insieme come popolo di Dio. Valgono a tal proposito per noi tutti le parole dell’Apostolo, ascoltate nella Lettera ai Colossesi: “rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. […] Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto” (Col 3,12-14). Il percorso sinodale che abbiamo fatto – e che dobbiamo acquisire come stile! – ci indica esattamente questa strada: una Chiesa che sa ascoltare, dialogare, discernere insieme. Dobbiamo imparare – parrocchie, movimenti, associazioni – a fare rete, a condividere risorse, a progettare insieme il nostro futuro.

Infine, vi suggerisco tre gesti, che possono essere il segno di una vita cristiana illuminata dalla speranza.

  • Primo, la preghiera familiare quotidiana. Anche breve, anche semplice. Che sia però un momento in cui la famiglia si ritrova davanti al Signore. Non per dovere, ma perché abbiamo bisogno di ricordarci insieme che la speranza viene da Lui.
  • Secondo, un gesto di riconciliazione con chi nella famiglia, nella comunità, nella vita abbiamo una ferita aperta. Il Giubileo è tempo di perdono: non concludiamolo senza aver fatto il nostro passo, piccolo o grande che sia.
  • Terzo, un impegno di carità stabile. Non l’elemosina occasionale, ma qualcosa che ci renda davvero prossimi a chi soffre. Visitare un anziano solo, sostenere una famiglia in difficoltà, dedicare tempo al volontariato. La speranza cristiana si incarna sempre nella carità.

Carissimi, non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Non sappiamo quali sfide dovremo affrontare come Chiesa e come società. Ma una cosa è certa: non siamo soli. Sappiamo di essere custoditi dall’amore di Cristo, che per noi si è fatto carne e ha vinto la morte. E allora, fratelli e sorelle della Chiesa che è in Conversano-Monopoli, camminiamo con fiducia, sospinti dal soffio dello Spirito. Apriamo gli occhi del cuore, come ha fatto San Giuseppe, per discernere il sogno di Dio per noi. Solo così saremo davvero testimoni della speranza che non delude. Amen.