Eccellenza carissima, carissimo padre Abate Paolo, cari padri Abati, amata comunità monastica della Scala, fratelli e sorelle: Pace a voi!
“Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo!”.
Siamo ancora immersi nel grande Giorno pasquale: la Chiesa, in questo tempo di gioia piena dell’Ottava, vuole farci contemplare a lungo la novità che la Risurrezione del Signore immette nella storia. La liturgia ci tiene deliberatamente ancorati in questo spazio dilatato – laetissimum spatium lo chiama – otto giorni, che sono come un solo giorno, un tempo che non vuole finire, perché la Risurrezione non è un evento che si è consumato in fretta duemila anni fa. È un’onda lunga che ci raggiunge, come ha raggiunto le generazioni di ieri e come raggiungerà quelle che verranno. È qualcosa che continua a dispiegarsi, a sorprendere, per dare forma alla vita dei credenti. Quotidianamente, in questa Ottava pasquale, la Chiesa, riproponendoci le apparizioni del Risorto, è come se volesse dirci: guardatele ancora, non avete ancora finito di comprenderle, lasciatevi afferrare dalla bellezza e dalla forza di quegli incontri, perché Lui, il Risorto, continua a venire in mezzo ai suoi. Sì, anche noi oggi, in questa solenne celebrazione, vogliamo sentire il profumo della sua presenza. Egli è qui con noi! Egli viene per rafforzare la nostra fede e per rinnovare l’invito ad andare e annunciare il Vangelo ad ogni creatura (cf Mc 16,15). Viene in modo particolare per rivestire del suo Spirito il nostro carissimo don Vitantonio Goffredo, chiamato al ministero del presbiterato, viene per renderlo segno sacramentale del suo amore per l’umanità.
Per te, carissimo don Vito, si rinnova oggi il dono di un giorno speciale che segna la tua vita. “Questo è il giorno fatto dal Signore per te: rallegrati ed esulta!” Ne hai già sperimentati altri, che sono come radici feconde che alimentano la tua esistenza: il giorno del Battesimo e della Confermazione, Sacramenti che ti hanno innestato nella vita trinitaria e da cui continui a ricevere linfa; il giorno della tua professione monastica, che è stata la tua risposta d’amore all’amore preveniente del Signore, che ti ha conquistato. Oggi nel giorno della tua ordinazione presbiterale il Signore ti fa compiere un ulteriore salto di qualità. Conformandoti pienamente a Cristo, volto visibile della misericordia del Padre, ti abilita ad essere strumento della sua benevolenza, canale attraverso cui passa la Grazia che purifica, risana, santifica, per raggiungere l’umanità ferita dal peccato e guarirla. Non puoi e non possiamo sciupare questo passaggio di Dio nella tua vita. Come ti esorta la Regola, il dono del presbiterato che oggi ricevi ti provochi a progredire sempre più nella ricerca di Dio (cf Regola, 62). Per questo è necessario mettersi in ascolto della voce del Signore, che indica il cammino per realizzare il suo progetto d’amore. Facciamo risuonare la Parola ascoltata e che oggi è in modo del tutto speciale donata a te, perché ispiri il tuo ministero.
«Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Queste parole di Pietro e Giovanni, pronunciate davanti al Sinedrio, sono un programma irrinunciabile per chi, vivendo la sequela del Maestro, ha lasciato tutto per stare con Lui. Nulla può fermare una esperienza di profonda amicizia con il Signore. Non sono le parole di chi comincia: sono le parole di chi ha incontrato qualcuno che gli ha cambiato la vita e non riesce più a stare in silenzio. Sono le parole di chi ha scelto di stare con Gesù e nulla vuole anteporre al suo amore. Sono le parole, carissimo don Vito, che illuminano la scelta odierna. Essa ti abilita ad essere testimone autorevole della Parola che è radicata nel tuo cuore e del Pane della vita che, posto nelle tue mani, devi distribuire a quei fratelli e sorelle che sono partecipi della mensa dell’Agnello.
Don Vito carissimo, oggi tu raccogli il frutto di un cammino che sta segnando indelebilmente la tua vita. La vocazione monastica, che ti ha portato a professare i consigli evangelici secondo la Regola di San Benedetto, ti ha permesso, dopo aver lasciato tutto, di stare con Gesù e vivendo la piena comunione con lui, in questi anni ti stai esercitando quotidianamente ad ascoltare il Maestro. Sono oltre vent’anni – era il 2006 quando intraprendevi il cammino nella comunità della Scala, dopo essere stato negli anni precedenti nei Seminari di Conversano e di Molfetta – che ascolti, che canti, che vegli, che contempli, che attendi Colui che è il desiderio del tuo cuore. In modo particolare, attraverso l’Ufficio divino, che scandisce le giornate di questa comunità monastica, tu ti rendi docile al soffio dello Spirito Santo, che certamente ti conduce ad una più profonda conoscenza del mistero di Cristo. A questa scuola stai imparando a gustare il silenzio perché sia riempito di Dio; stai imparando l’obbedienza per somigliare sempre più a chi si è fatto obbediente sino alla morte e alla morte di croce; stai scoprendo che Dio lo si trova nell’ordinarietà quotidiana, nelle piccole cose e nel ritmo costante della preghiera e del lavoro; stai assaporando come sia bello e come sia dolce che i fratelli vivano insieme nel nome del Signore (cf Sal 133); stai esercitandoti a dare carne e sangue a quell’ora et labora, che caratterizza la spiritualità benedettina!
Tutto questo lavoro ti sta affinando interiormente, permettendoti di acquisire quella sapientia cordis tanto necessaria nell’esercizio del ministero presbiterale, in particolare in quel capolavoro della misericordia di Dio, che è il sacramento della Riconciliazione. La franchezza con cui dovrai a volte annunciare la Parola dovrà essere frutto della familiarità con Gesù e non di una lettura ideologica o sociologica del tempo presente. Ricorda come è iniziato il brano degli Atti che abbiamo ascoltato: «I capi, gli anziani e gli scribi, vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù» (At 4,13). Gli Apostoli erano conosciuti come quelli che erano stati con Gesù! Che bel biglietto di presentazione è questo! E dovrebbe valere anche per noi! Permettimi allora di dirti, caro don Vito, che tutti possano rimanere stupiti di quel che annuncerai ma, ancora di più, tutti possano riconoscere che la tua parola umana è eco della Parola eterna che ti ha raggiunto nell’intimo dialogo d’amore con Gesù. Non è la qualifica sociale o culturale che fa credibile il testimone, ma la testimonianza dell’esperienza pasquale, ovvero lo stare con Gesù, Risorto e vivo. Pietro e Giovanni parlano con sicurezza perché hanno incontrato il Risorto. E questo incontro li rende credibili anche agli occhi di chi non condivide la fede.
Ora che sarai presbitero, accogli con spirito nuovo quanto San Benedetto chiede a chi vuole mettersi a scuola del servizio divino (Dominici schola servitii): «Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro; apri l’orecchio del tuo cuore, accogli volentieri le esortazioni del Padre, che ti ama» (Regola, prologo). Ascolta e loda, ascolta e lasciati trasformare, ascolta e dona ciò che il Signore depone come seme fecondo nel tuo cuore. È questo ascolto orante della Parola – soprattutto attraverso la lectio e l’Ufficio divino – che rende la parola sacramentale del presbitero capace di toccare i cuori. Caro don Vito, caro Padre Abate Paolo, cari fratelli monaci, date sempre più il primato all’opus Dei nel vostro impegno quotidiano. Certamente già lo fate, consci della vostra vocazione specifica nella Chiesa, però non stancatevi di rinnovare il vostro impegno in modo tale che la vostra mente sia sempre più in sintonia con le vostre parole (cf Regola, 19). Tutto nella vostra giornata porti al coro e tutto nella vostra giornata parta dal coro. Come vi invita a fare la Regola, qualificate sempre più la vostra preghiera liturgica in coro, perché sia realmente fons et culmen della vostra esperienza contemplativa e di conseguenza diventi sempre più sorgente di acqua viva che disseta l’intero popolo di Dio, che ha diritto di ricevere da voi la testimonianza del primato di Dio.
Anche la pagina del Vangelo (Mc 16,9‑15) sottolinea tutto questo. Le apparizioni del Risorto si susseguono alacremente e tutte portano gli interessati a mettersi in cammino per andare a condividere con gli altri discepoli l’esperienza di incontro vissuta. L’entusiasmo dei testimoni si scontra con l’incredulità degli altri discepoli. Era necessario che anche gli Undici incontrassero il Signore Risorto, ricevendone prima però un rimprovero sonoro per non aver creduto, perché avvenisse la trasformazione, che li fa passare dalla durezza di cuore all’entusiasmo gioioso: “Abbiamo visto il Signore!”, come testimonia il Vangelo di Giovanni. Sì, l’incontro con la Parola del Signore guarisce il cuore, rendendolo capace di vedere la presenza del Risorto. Compito della Chiesa quindi è curare il cuore degli uomini e della donne perché sia “capace di Dio”, cioè sia capace di conoscere Dio e capace di incontrarlo quando lui viene a stare tra i suoi. Quell’ «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15) a questo deve portare. È un mandato che travalica confini e ruoli: riguarda tutta la Chiesa intera. Voi, cari fratelli monaci, evangelizzate con la vostra vita impregnata di Dio.
Nella pagina del Vangelo notiamo inoltre qualcosa di rilevante anche in rapporto a quanto oggi stiamo vivendo: il mandato è conferito dopo l’esperienza personale dell’incontro con Cristo risorto; non è primariamente un programma, ma una missione che scaturisce dall’appuntamento con Lui. E qui voglio sottolineare un altro elemento del ministero presbiterale, che da ora in poi ti apparterrà, caro don Vito. Sarai chiamato a presiedere l’Eucarestia, il Sacramento della carità di Cristo, che riattualizza l’evento della Pasqua hic et nunc. Questo è l’appuntamento a cui mai dovrai mancare. Nell’oggi della Chiesa, Cristo viene a stare in mezzo ai suoi quando i discepoli si radunano per fare memoria dell’evento della redenzione. Nel convito pasquale dell’Eucarestia si rinnova il sacrificio che ha dato la vita al mondo e tu sarai chiamato a presiedere la divina Sinassi agendo in persona Christi. È qualcosa di meraviglioso e di bello questo compito, ma è anche una grande responsabilità, perché ti impegna a far trasparire dalla tua persona la presenza del Risorto. Da come presiederai, da come guiderai la preghiera, da come annuncerai la Parola, da come saprai trasmettere calore umano e divino nella santa assemblea, i fedeli avvertiranno che Cristo è in mezzo a loro. Non è un dato psicologico, è un dato di fede, in virtù del nostro essere configurati a Cristo con la sacra ordinazione presbiterale. Non dimentichiamolo, cari fratelli presbiteri: anche da come celebriamo dipende il coinvolgimento interiore dei fedeli, che sono chiamati non ad assistere ma a partecipare ai divini misteri e noi abbiamo il compito di educarli perché “partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente”, come chiede Sacrosantum Concilium (48). Una presidenza eucaristica sciatta, superficiale, fredda, frettolosa, fatta meccanicamente, non aiuta ad entrare nel Mistero.
Caro don Vito, imprimi bene nel tuo cuore quanto tra poco ti dirò, mettendo nelle tue mani i doni per l’Eucarestia: “renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo Signore”. In queste parole c’è tutto un programma di vita sacerdotale che non puoi, non possiamo, disattendere. Non dimenticare che sei stato scelto dal Buon Pastore “per la santificazione del suo popolo”, soprattutto attraverso “l’offerta del sacrificio”. Sì, il ministero del sacerdote, sia diocesano sia religioso, di vita attiva o di vita contemplativa, ha nella celebrazione dell’Eucarestia il suo centro unificatore e la sorgente di santificazione. Con l’offerta del sacrificio noi contribuiamo a far crescere nella santità la Chiesa, chiamata a rendere visibile il Volto e il Cuore di Cristo nella storia degli uomini.
Grazie, allora, caro don Vito per aver detto di sì al Signore in questo ulteriore passo di conformazione a Lui; grazie, cara comunità monastica della Scala perché, attraverso ciascuno dei tuoi membri, diffondi nel mondo il profumo della santità di Cristo; grazie, caro popolo santo di Dio che approdi in questo luogo dello Spirito, su questa collina di luce e di speranza, perché, dopo esserti ritemprato partecipando alla liturgia monastica, potrai essere sale della terra e luce del mondo.
Permettete una parola di gratitudine alla famiglia di don Vito, a mamma Rosa, a fratelli don Giuseppe e Gianni, con un ricordo speciale rivolto a papà Giacomo che è con noi, partecipando alla liturgia del cielo.
Caro don Vito, la Madonna della Scala ti accompagni nella salita della santa montagna della perfezione evangelica. Lasciati custodire da Lei, insieme all’amata comunità monastica.
Sabato dell’Ottava di Pasqua