CHIESA CATTEDRALE – ANDRIA

Commemorazione del Venerabile Mons. Giuseppe Di Donna

Cari fratelli e sorelle,

ringrazio di cuore il vostro caro Vescovo, Mons. Luigi Mansi, per questo invito che mi permette di essere oggi qui con voi. C’è qualcosa di profondamente evangelico nel fatto che due Chiese sorelle – Andria e Conversano-Monopoli – si ritrovino insieme per fare memoria di un uomo che è stato il Pastore di tutti, vivendo una paternità che lo ha reso prossimo a coloro che la Provvidenza gli ha donato.
C’è un filo d’oro che lega la Chiesa di Conversano-Monopoli alla vostra. Questo filo parte da Rutigliano, dove il Venerabile Giuseppe Di Donna ha visto la luce e ha imparato ad amare il Signore in una famiglia umile ma ricca di fede, e arriva qui, ad Andria, dove egli si è consumato nella carità pastorale, facendosi padre, pastore e compagno di viaggio della vostra storia. Rutigliano gli ha dato le radici, l’Ordine Trinitario gli ha dato le ali per la missione in Madagascar, ma Andria gli ha dato il cuore di sposo. Oggi, in un certo senso, la Chiesa che lo ha generato viene a ringraziare la Chiesa che lo ha accolto e gli ha permesso di perfezionarsi nella santità, diventando così modello di vita cristiana per tutti. La sua vita di credente aperto al dialogo, ci ricorda che la Chiesa non è fatta di recinti, ma di ponti. Non di confini che dividono, ma di strade che uniscono. E oggi, proprio nel suo nome, le nostre comunità si stringono in un abbraccio che è memoria viva del Vangelo.
Siamo nel tempo di Natale e la Parola di Dio ascoltata in questi giorni ci immerge nel mistero di una luce che è entrata nel mondo una volta per sempre e che il mondo non riuscirà più a spegnere. Giovanni, nel Prologo del suo Vangelo, lo dice chiaramente: “La vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5). Del resto, questa è l’esperienza che tutti viviamo. Lo ha sottolineato lo stesso Santo Padre Leone nel messaggio per la Giornata della pace, celebrata ieri: “Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio” (Leone XIV, Messaggio per la Giornata della pace 2026).
Fratelli e sorelle, questa è la sfida oggi: credere davvero che la luce non è stata vinta. Guardiamoci intorno, viviamo in un tempo in cui le tenebre sembrano guadagnare terreno ogni giorno. La guerra che non finisce, anzi sembra avanzare. La corsa agli armamenti che non accenna a fermarsi. La violenza che entra nelle case attraverso gli schermi e che diventa linguaggio comune. L’indifferenza che sembra affacciarsi nelle relazioni ad ogni livello, nelle nostre città e nelle nostre comunità, ma anche verso chi continua a morire nel mare nostrum in un viaggio della speranza affrontato per passare dall’oppressione alla libertà.
E dentro le nostre comunità? Quanta stanchezza, e forse anche quanta rassegnazione. Chiese che si svuotano. Giovani che se ne vanno, non solo dalle nostre comunità ma spesso anche dalla fede. Famiglie che si sfaldano. La solitudine che cresce anche lì dove ci sono comunità vivaci.
La tentazione di dire che le tenebre oggi stanno vincendo è forte. Ma il Vangelo ci grida: no! Le tenebre non hanno vinto e non vinceranno nemmeno oggi, e nemmeno nel futuro! La Luce vera, che è Cristo, permea il mondo e agisce attraverso coloro che l’accolgono: “A quanti l’accolgono ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12)
Ed è qui che la figura di Mons. Di Donna si staglia in tutta la sua grandezza. Quest’uomo, vero figlio di Dio, affascinato e conquistato da Cristo sin dalla più tenera età, si è lasciato divorare dall’amore di Cristo – Charitas Christi urget nos (2Cor 5,14) – e si è messo totalmente a servizio del Regno. Ha scelto una strada avvincente e difficile al tempo stesso, quella di essere strumento della liberazione delle coscienze, prigioniere delle tenebre, attraverso l’opera di evangelizzazione. Così lui ha vinto le tenebre! L’essere missionario dell’Ordine trinitario – una famiglia religiosa nata per riscattare gli schiavi, restituendo loro la libertà e la dignità umana, perduta a causa della prigionia – ha fatto sì che egli attingesse dalla contemplazione del Mistero trinitario il coraggio per raggiungere le tenebre esistenziali e dissiparle attraverso l’annuncio di Gesù Salvatore. In questo è stato emulo straordinario del Battista, che della Parola si è fatta voce eloquente.
Nella pagina evangelica ascoltata poc’anzi, Giovanni ci ha dato la sua testimonianza. Ai sacerdoti e ai leviti che gli chiedono con una insistenza quasi inquisitoria: «Tu, chi sei?», Giovanni risponde definendosi per sottrazione. Non sono il Cristo, non sono Elia, non sono il profeta. Alla fine, costretto a definirsi, dice: «Io sono voce». Solo voce. Giovanni non ha l’ambizione di essere la Parola, perché la Parola è un Altro, è il Verbo fatto carne. Lui si accontenta di essere il suono che porta quella Parola, per poi svanire nel silenzio quando l’Ospite arriva.
Ecco, fratelli, guardando alla figura di Mons. Di Donna, vedo in lui questa stessa “umiltà profetica”. Egli è stato missionario in Madagascar in tempi durissimi, ha conosciuto la fatica di evangelizzare terre lontane. Poi è stato Vescovo qui, in anni segnati dalle macerie della guerra e dalla ricostruzione morale e materiale. Ovunque ha portato parole di speranza, che per molti sono state come un balsamo che ha lenito tante ferite. Ma lo ha fatto con quella discrezione e umiltà proprie dei Santi. In un mondo, il nostro, ossessionato dall’immagine, dal bisogno di apparire, di accumulare titoli, followers o consensi, Mons. Di Donna ci ricorda che la grandezza cristiana sta nel farsi piccolo perché risalti la Parola che salva.
Che profezia straordinaria in questo nostro tempo, dove le schiavitù si moltiplicano sotto altre forme!
Schiavi del consumo, schiavi dello schermo, schiavi dell’apparire. Ma anche schiavi della paura: paura del diverso, paura del futuro, paura di mettersi in gioco condividendo le proprie potenzialità. E anche qui Mons. Di Donna ci indica la via da percorrere: vivere la libertà dei figli di Dio. Solo chi è libero può liberare. Solo chi ha il coraggio di donare la vita può restituire vita a chi è schiavo di qualsiasi genere di tenebra.
Ma attenzione: come è da intendere questa libertà a cui si è chiamati? Non è il “faccio quello che voglio”, seguendo l’istinto. È l’esatto opposto. È entrare nella logica del dono totale di sé. Solo chi ama, fino a farsi dono incondizionato agli altri, è veramente libero ed educa gli altri a liberarsi da ogni tipo di schiavitù. La forza dell’amore ha spinto Mons. Di Donna, giovanissimo, a farsi tutto a tutti. La missione in Africa ne è stata la conseguenza logica. E quando, tornato in Italia, ha ricevuto l’improvvisa chiamata all’episcopato, non ha smesso di essere missionario e ha continuato il suo ministero di liberazione in questa terra, da lui servita e amata con dedizione assoluta.
Nella prima lettura (1Gv 2,22-28), è ritornato insistente l’invito dell’apostolo Giovanni a “rimanere” nel dono ricevuto. Il segreto di Mons. Di Donna è tutto qui: rimanere nel Figlio e nel Padre, rimanere nella Parola (cf 1Gv 2,24). Per questo non è scappato davanti alle difficoltà. È rimasto fermo nella tempesta, ancorato nella Trinità. Egli è rimasto fedele quando era giovane missionario pieno di sogni, lanciato nell’avventura dell’evangelizzazione, ed è rimasto fedele quando, da Vescovo, le croci si sono fatte più pesanti. Non ha cercato il plauso del mondo, ma esclusivamente la gloria di Dio… e si è lasciato mangiare dalla gente. Proprio per questo lui continua a mantenere il profumo del pane fresco che si lascia ancora oggi spezzare e mangiare con gusto. E stasera siamo noi a nutrirci della sua testimonianza.
Ebbene, fratelli e sorelle: non possiamo celebrare un vescovo ammirato per le sue virtù e poi tornare alle nostre case senza che nulla cambi nella nostra vita. Se avesse la possibilità lui di rivolgerci direttamente stasera la parola, come ha fatto tante volte in questa Cattedrale, ci direbbe certamente che non vuole essere tanto ammirato quanto piuttosto imitato. Ci spronerebbe a non avere un credo disincarnato ma una fede che orienta le scelte quotidiane. Ci inviterebbe a radicarci soprattutto nel mistero della Trinità, sorgente di vita e oceano di pace, perché solo da un’autentica spiritualità può nascere il rinnovamento sociale ed ecclesiale da tutti auspicato.
Carissimi, il Natale è annuncio di speranza. Nell’anno giubilare che si sta concludendo, ci siamo tutti impegnati ad essere testimoni e seminatori di speranza. Cristo è la nostra speranza ed è la luce del mondo. Quella luce che è entrata nel mondo 2000 anni fa continua a brillare. E brilla in ogni gesto di tenerezza, in ogni scelta di giustizia, in ogni atto di coraggio che fa camminare in controtendenza rispetto alla mentalità corrente. Brilla nei giovani che sanno essere eroici quando meno ce lo aspettiamo. Brilla nelle famiglie che resistono alla cultura dello scarto e si prendono cura dei fragili. Brilla nei volontari che ogni giorno si chinano sulle ferite del mondo. Brilla in noi Pastori, quando forgiati dall’Eucaristia celebrata non per abitudine ma con la gioia profonda dell’amico dello Sposo, riusciamo ad impregnarci dell’odore delle pecore che ci sono affidate.
Mons. Giuseppe Di Donna non è un santo da vetrina. È un compagno di strada. Uno che ha camminato su queste stesse strade, ha conosciuto le stesse fatiche, ha lottato contro le stesse nostre difficoltà. E ha vinto. Non perché fosse perfetto, ma perché ha scelto Cristo. Ogni giorno. Anche quando costava.
La sua attesa beatificazione non sarà un modo per archiviarlo nella storia. Sarà invece un modo per renderlo ancora più presente. Perché i santi, anche quando non sono più tra noi fisicamente, continuano ad essere voce che prepara la strada alla Parola che salva. E lui, ne sono certo, continua a parlare e a intercedere per le nostre Chiese, per questa terra, per questo popolo.
Cari fratelli e sorelle, usciamo da questa cattedrale con una consegna: portare la luce, che è Cristo Signore, nelle tenebre di un mondo che anela alla Luce, anche se a volte in maniera inconsapevole.
Facciamolo senza paura. Senza compromessi. Senza stancarci.
Come ha fatto lui.
Come fanno i santi, che anche oggi ci sono e sono “voce” che annuncia la presenza del Risorto tra noi.
E la Luce brillerà sempre più luminosa, perché le tenebre non la possono vincere.
Amen.

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