Ordinazione presbiterale del diacono Emanuele De Michele

Primi Vespri della II domenica dopo Natale

Cari fratelli e sorelle,
questa celebrazione dell’Eucaristia è segnata da gioia profonda, per vari motivi. Innanzitutto il nostro cuore è ancora ricolmo del gaudio del Natale. La liturgia di questi giorni ci invita compiere una rinnovata immersione spirituale nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Dopo il tempo dell’attesa trepidante, ora viviamo il tempo della presenza del Signore in mezzo a noi. La Chiesa, sposa di Cristo, è il grembo in cui egli viene generato dallo Spirito Santo nel cuore dei fedeli attraverso la Parola e l’Eucaristia. Un secondo motivo di gioia è l’inizio del nuovo anno. Nei giorni scorsi abbiamo reso grazie al Signore per i doni ricevuti nel corso del 2025; oggi guardiamo con fiducia ai giorni che ci stanno davanti, certi che il nostro tempo è sempre tempo di Dio, tempo abitato dalla sua grazia, tempo per far crescere la nostra umanità redenta nella santità. Infine, una terza ragione illumina in modo speciale questa celebrazione: l’ordinazione presbiterale del nostro diacono, don Emanuele. La gioia della sua famiglia, degli amici, della comunità parrocchiale di origine di S. Maria Assunta in Turi e del nostro Seminario Vescovile, ora diventa la gioia di tutta la comunità diocesana di Conversano-Monopoli. Infatti, ogni ministro ordinato è un dono per tutta la Chiesa, specialmente per la Diocesi a cui egli è legato in virtù dell’incardinazione. Il mio grazie sincero va a tutti coloro che a vario titolo hanno collaborato nel lavoro di discernimento di questi anni, dalla famiglia alla parrocchia di origine, dove la voce del Signore ha fatto sentire i primi sussulti della chiamata, dal Seminario diocesano al Seminario regionale, dove la chiamata è maturata attraverso l’accompagnamento paziente e amorevole degli educatori. Grazie a tutti di cuore, a nome della Chiesa di Conversano-Monopoli.
Lasciamoci guidare dalla Parola di Dio che è stata proclamata, in questa seconda domenica dopo Natale, per interpretare nella giusta luce questo momento di grazia. Vorrei soffermarmi con voi in particolare su alcuni passaggi del Prologo del Vangelo di Giovanni, perché ritengo che possa offrire utili spunti per un’adeguata comprensione del ministero ordinato.

«In principio era il Verbo»
«In principio era il Verbo»: con queste parole si apre il Quarto Vangelo. A differenza di Matteo e Luca, che narrano gli eventi legati alla nascita di Gesù, Giovanni orienta lo sguardo non sui fatti, ma sul loro significato più profondo, conducendoci al cuore del mistero dell’Incarnazione e alle sue implicazioni per la nostra esistenza. Il principio non indica semplicemente l’inizio temporale di tutto, ma ciò che è alla base di tutto. Giovanni scrive che «in principio era il Verbo» non solo per ricordarci che prima della creazione il Logos, il Figlio di Dio, c’era già, ma anche e soprattutto per dirci che egli è il principio, la ragione, il senso di tutto. Sì, cari fratelli e sorelle, tutta la creazione e la nostra stessa vita trovano il loro significato più vero in Cristo, il Verbo fatto carne. A volte non riusciamo a trovare un senso al nostro vivere, perché siamo così travolti dal vortice delle parole e dei messaggi contrastanti, amplificati anche dai social, da restare confusi e non riuscire più a riconoscere il soffio leggero del Verbo, che proviene dall’eternità di Dio. Altri hanno smarrito il senso perché troppo presi dalla frenesia e dall’abitudinarietà: quando diventiamo schiavi delle urgenze e delle cose da fare o quando la fede diventa una routine, finiamo per vivere nella banalità, perdiamo il contatto con ciò che dà un senso profondo alla vita, ascoltiamo il Vangelo senza però lasciarci più interrogare. Altri ancora ritengono addirittura che la vita non abbia un senso, a causa delle delusioni vissute. Le attese tradite, le ferite della vita e le esperienze di fallimento possono spegnere la fiducia e farci perdere il senso profondo del nostro cammino, inducendoci a pensare che tutto sia inutile o privo di direzione. Credo che ognuno di noi possa ritrovarsi in una o più delle situazioni descritte. Che fare? Cadere nell’abisso del non senso e di conseguenza del non vivere? Credo proprio di no! E il Signore viene a parlarci questa sera proprio attraverso l’evento che stiamo celebrando.
Caro Emanuele, la tua presenza nella nostra assemblea con il passo che stai compiendo riempie di speranza il cuore di tutti noi. La tua risposta generosa alla chiamata del Signore è, infatti, una conferma di quanto abbiamo ascoltato nel Vangelo. Nella tua giovinezza hai scoperto che il Signore è davvero il “principio”, colui che dà senso alla tua esistenza. Se non fosse così, non avresti lasciato tutto per seguirlo. Guardando il passo che stai compiendo anche noi siamo sollecitati a ritornare al “principio”, che è a fondamento della nostra scelta di vita: Cristo in noi, speranza della gloria (cf Col 1,27). Con te stasera vogliamo riscoprire che soltanto nell’amicizia con Gesù, alimentata attraverso la preghiera, l’ascolto delle Scritture e il sacramento del perdono, possiamo ritrovare noi preti il senso del nostro ministero e i fedeli laici il senso del loro essere nel mondo a mo’ di lievito. Una delle domande poste all’ordinando all’inizio del rito di ordinazione è la seguente: «Vuoi essere sempre più strettamente unito a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando te stesso a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». Caro Emanuele, vorrei che da oggi e per sempre tu custodissi nel cuore questa domanda, perché dalla risposta che darai dipenderà l’efficacia del tuo ministero. Tu hai scelto come Parola guida del tuo ministero quanto l’apostolo Paolo riceve in dono dal Signore in un momento importante della sua vita: “Ti basta la mia grazia: la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. […] Quando sono debole è allora che sono forte” (2Cor 12, 9-10). Vivi con radicalità la consapevolezza che tutto viene da lui. Restare unito a Cristo è il primo e fondamentale impegno di ogni sacerdote. Così facendo aiuterai noi preti a gioire sempre più del nostro ministero e i fedeli laici a radicarsi sempre più nella vocazione a santificare le realtà temporali.

«Il Verbo si fece carne»
C’è una seconda frase del Vangelo su cui vorrei soffermarmi: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Con queste parole l’evangelista ci ricorda che Dio non ha voluto restare lontano da noi, ma ha deciso di farsi conoscere, di farsi vedere, di farsi toccare con mano. In una sua omelia Papa Benedetto XVI ha affermato che, facendosi bambino, Dio «ci toglie la paura della sua grandezza» (24 dicembre 2006). Il Natale è dunque la festa della prossimità di Dio verso di noi. Non c’è nulla di ciò che viviamo che Dio non possa comprendere, poiché egli ha condiviso fino in fondo la nostra umanità, eccetto il peccato: le gioie, i dolori, la fragilità della condizione umana. In questa logica di incarnazione di Dio c’è un messaggio importante da cogliere, soprattutto per quanti hanno ricevuto la vocazione al sacerdozio ministeriale. Caro Emanuele, anche tu sei chiamato a sviluppare una ministerialità della “prossimità”. Nei diversi compiti che la Chiesa ti affiderà la tua missione sarà sempre di mostrare la vicinanza di Dio nei confronti del suo popolo. La gente deve poter percepire nelle tue parole e nei tuoi gesti, che Dio non è un’idea astratta imparata al catechismo e lontana dalla vita quotidiana, ma una persona vivente, un Padre che si fa prossimo dei suoi figli. Ti chiedo perciò di aver sempre cura dell’annuncio della Parola, sia attraverso la predicazione sia attraverso la catechesi, sia attraverso il dialogo diretto e personale con i fedeli. A tale riguardo ti rimando a quanto Papa Francesco ha scritto nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium a proposito dell’omelia: «la Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio, sapendo che il figlio ha fiducia che tutto quanto gli viene insegnato sarà per il suo bene perché sa di essere amato» (n. 139). Ma la vicinanza di Dio si comunica anzitutto con la vita, prima ancora che con le parole. Caro Emanuele, sii un prete vicino alla gente, senza paura di sporcarti le mani. Con la tua affabilità e amabilità sii segno della tenerezza di Dio verso tutti: verso i bambini e i giovani, le famiglie, gli anziani. Piegati con amore sulle membra sofferenti di Cristo, che sono gli ammalati e i poveri. E, in modo particolare, verso i cosiddetti lontani, mostra sempre il volto di una Chiesa madre accogliente e misericordiosa.

«Ha dato potere di diventare figli di Dio»
Infine, vorrei richiamare quel passaggio della pagina evangelica in cui Giovanni afferma che a quanti hanno accolto Gesù, il Verbo di Dio, è stato dato il potere «diventare figli di Dio». Cari fratelli e sorelle, in queste parole è racchiuso il significato profondo del mistero del Natale. C’è sempre il rischio di ridurre questa celebrazione a una festa dall’atmosfera sdolcinata, che però non lascia alcuna traccia nella vita. Il Vangelo, invece, ci ricorda che anche nella nascita di Gesù c’è una dimensione drammatica, perché ciascuno di noi è chiamato a prendere posizione di fronte a lui: “a quanti lo hanno accolto”! La buona notizia è che nella misura in cui permettiamo al Signore Gesù di prendere possesso della nostra vita, in lui diventiamo figli del Padre. Il battesimo realizza tutto ciò. Da ciò deriva che l’impegno cristiano è finalizzato a sviluppare esistenzialmente le conseguenze della nuova nascita alla vita dei figli di Dio. Qui si innesta il ministero di noi sacerdoti, chiamato a far crescere il dono gratis datus ai fedeli nella rinascita battesimale.
Caro Emanuele, oggi la Chiesa ti chiama a essere ministro di una grazia che educa alla libertà dei figli di Dio. Il ministero diaconale, vissuto come educatore nella comunità del nostro Seminario Vescovile, ti ha già permesso di accompagnare i passi di alcuni giovani che hanno iniziato a interrogarsi sul proprio futuro. Con l’ordinazione presbiterale, questa responsabilità si approfondisce e si amplia: in modo più pieno, infatti, ora sarai chiamato a esercitare il delicato ministero della formazione delle coscienze, soprattutto nel sacramento della Riconciliazione, luogo privilegiato dell’incontro con la grazia di Dio che guarisce, illumina e rende liberi.
Parlando di Sant’Alfonso Maria de Liguori, che è stato un maestro in questo, Papa Francesco ha ricordato che la missione del pastore è «incarnarsi e condividere i bisogni, ridestare le attese più profonde del cuore, far sperimentare che ognuno, per quanto fragile e peccatore, è nel cuore del Padre Celeste ed è amato da Cristo fino alla croce. Chi è toccato da questo amore, sente l’urgenza di rispondere amando» (9 febbraio 2019). Questo è il compito a cui ogni ministro di Dio è chiamato: suscitare l’amore come risposta all’amore preveniente del Padre.
Tuttavia, per educare a questa libertà è importante che tu coltivi ogni giorno la consapevolezza che lo scopo della missione è condurre i fedeli a Cristo, non a se stessi, a imitazione di Giovanni il Battista. È molto stimolante, in questo senso, quanto Papa Leone XIV afferma nella recente Lettera Apostolica Una fedeltà che genera futuro: «le promesse fatte nell’Ordinazione […] realizzano nel cuore del presbitero una perseverante ricerca e adesione alla volontà di Dio, facendo così trasparire Cristo in ogni sua azione. Ad esempio, questo avviene quando si fugge ogni personalismo e ogni celebrazione di sé stessi, nonostante l’esposizione pubblica cui talvolta il ruolo può obbligare. Educato dal mistero che celebra nella santa liturgia, ogni sacerdote deve “sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”» (n. 25).
Carissimo don Emanuele, questo è il dono che ricevi, questo è il cammino che ti attende. Fidati di Colui che ti ha chiamato e affidati alla Sua grazia. Porta nel nostro presbiterio la freschezza dell’età e l’entusiasmo che gli inizi del ministero portano con sé. Con occhi di figlio e di fratello incrocia lo sguardo dei nostri preti e accompàgnati a loro nel servire questa nostra splendida Chiesa di Conversano-Monopoli.
Cari fratelli e sorelle, preghiamo per questo figlio della nostra comunità, chiamato al ministero presbiterale. Lo affidiamo all’intercessione materna di Maria Santissima, perché lo custodisca, facendogli sperimentare la sua tenerezza materna. E tu, caro Emanuele, come San Giovanni, prendila con te nella tua casa e ritrovati con lei ogni giorno nell’intimità di un amore filiale, presentando al suo Cuore di Madre “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” (GS 1).
Sii certo che Ella non farà mancare il sostegno a tutti. Amen.

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