Carissimi fratelli e sorelle,
ci apprestiamo a vivere ancora una volta il tempo forte della Quaresima, questo straordinario dono che la Chiesa ci offre come itinerario di rinnovamento interiore personale e comunitario. Anche quest’anno il Signore ci invita a metterci in cammino con cuore docile, come discepoli che desiderano lasciarsi trasformare dalla sua Parola e dal suo Amore.
La Quaresima è sempre un tempo di grazia, quel «momento favorevole» di cui parla l’Apostolo: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Un tempo in cui Dio si china sulla nostra umanità fragile e ci apre spazi nuovi di speranza. È il tempo del ritorno e della rinascita; non una parentesi rituale nel corso dell’anno liturgico, ma un vero movimento di conversione, un processo che coinvolge tutta la persona e tutta la comunità. È un tempo per lasciarsi condurre fuori dalle abitudini che immobilizzano, dalle paure che paralizzano, dalle illusioni che offuscano la gioia del Vangelo.
Viviamo in un contesto in cui la fede è spesso messa alla prova: la mentalità contemporanea ci spinge a chiuderci nel privato, a ridurre la fede a sentimento o tradizione. Eppure – anzi proprio per questo – il Signore ci chiama con maggiore forza a ritrovare la freschezza del primo incontro con Lui. Risuona per noi l’appello accorato del profeta Gioele: «Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso» (Gl 2,13). È quella scintilla che ci ha fatti innamorare del Vangelo e che dà senso e luce al nostro quotidiano. La nostra Chiesa diocesana, arricchita dal cammino sinodale e dal Giubileo concluso da poco, è invitata a rispondere con rinnovata disponibilità a questa chiamata del Signore: camminare insieme nella conversione e nella missione.
Come ricordavo nella celebrazione conclusiva dell’Anno giubilare in Cattedrale, il Signore ci ha offerto la grazia di essere “pellegrini di speranza”. Ora, nel tempo quaresimale, quella speranza deve farsi concreta in cammini di vita nuova. Il Vangelo ci mostra la direzione, mentre lo Spirito ci dona la forza e la gioia per compiere passi autentici di rinnovamento.
Per questo, desidero riproporre alla nostra comunità le tre strade di conversione richiamate durante l’omelia del 28 dicembre scorso, tre passaggi da percorrere insieme, a livello personale e comunitario. Esse rappresentano tre vie di rinascita che possono rendere più evangelico il nostro modo di essere Chiesa e più trasparente la nostra testimonianza nel mondo di oggi.
1. Dalla religiosità alla fede
Il primo passaggio è quello dalla religiosità alla fede viva. È bello custodire le nostre tradizioni, i riti, le consuetudini che hanno nutrito la fede del nostro popolo. E qui penso agli intensi momenti della religiosità popolare della Settimana Santa, che tra poco vivremo insieme, eredità preziosa da non disperdere. Ma certamente questo non basta. Se la religiosità si ferma al gesto esteriore, se diventa abitudine ripetuta e non incontro con il Dio vivente, allora rischia di spegnersi e di non generare più frutti di vita nuova. Già il profeta Isaia ammoniva: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13). E questa non è fede!
La fede è un cammino da intraprendere ogni giorno, una conversione continua del cuore che nasce dal lasciarsi incontrare dal Signore, che per primo si muove verso di noi donandoci la sua Parola. Un incontro che trasforma la vita! Una fede così vissuta per sua natura diventa diffusiva. Sì, essa non si trasmette per inerzia, ma per testimonianza. La fede si consolida e cresce condividendola con gli altri. Da qui nasce una esigenza ineludibile per ogni credente. Senza un confronto autentico con il nostro tempo, senza un’apertura ai bisogni concreti degli uomini e delle donne di oggi, senza un dialogo sincero con tutti, corriamo il rischio di spegnere il fuoco della profezia che è il Vangelo stesso. La fede è dinamica! Siamo chiamati a far risplendere la luce del Signore Crocifisso e Risorto ovunque, perché – ce l’ha ricordato Egli stesso in una delle scorse domeniche – «voi siete la luce del mondo» e «così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,14.16). Entriamo coraggiosamente in contatto con tutti, senza timori e senza chiusure.
A questo proposito lasciamoci provocare dalla Liturgia quaresimale, in particolare dalle ultime tre domeniche, nelle quali ascolteremo i grandi racconti del Vangelo di Giovanni che narrano alcuni incontri di Gesù: la Samaritana al pozzo di Sicar, il cieco nato, e la resurrezione di Lazzaro. In ciascuno di questi episodi, Gesù incontra qualcuno che vive un limite – la sete, la cecità, la morte – e trasforma quel limite in salvezza. Egli attraversa barriere culturali e sociali, si spinge oltre il buon senso comune per donare acqua, luce e vita. Egli sa sempre andare oltre per dare vita.
Anche noi siamo invitati a fare altrettanto: non possiamo restare chiusi nei nostri ambienti sicuri, crogiolandoci nelle nostre abituali attività pastorali, dandoci l’illusione di evangelizzare. È necessario uscire verso chi è lontano, verso chi non si sente accolto, verso chi non crede di essere degno dell’amore di Dio. Andare non per condividere riti stanchi di una religiosità solo superficialmente cristiana, ma la bellezza di un incontro che ha portato luce e speranza. Abbiamo ricevuto dal Signore non abitudini stanche, ma la forza della sua luce pasquale. Siamo chiamati a riflettere quella luce, non perché siamo migliori, ma perché la grazia ci ha toccati e trasformati. Che la nostra fede, generativa nella carità, diventi allora sguardo che riconosce la dignità dell’altro, voce che consola, gesto che costruisce fraternità.
2. Dalla conservazione alla missione
La seconda conversione è un appello al coraggio: passare da una mentalità di conservazione allo slancio missionario. C’è una tentazione sottile che affligge le nostre parrocchie, quella di pensare che basti gestire l’esistente, mantenere le strutture, curare il “piccolo gregge” che già frequenta. Ma un gregge che non esce al pascolo è destinato a deperire e a divenire sempre più piccolo. Non possiamo vivere la fede arroccati a logiche di difesa o di mantenimento. La Chiesa che il Signore sogna per i nostri tempi è una Chiesa in uscita, così come la descrive papa Francesco: un ospedale da campo, attento alle ferite del mondo e capace di offrire compassione, prossimità, speranza. Questa immagine non può essere una metafora poetica, è un imperativo profetico!
Lo stile missionario chiede di uscire da noi stessi, dai nostri schemi consolidati, per farci prossimi a chi è in ricerca, a chi soffre, a chi è rimasto ai margini. Come Gesù nella sinagoga di Nazaret, anche noi siamo inviati a «portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Missione non significa moltiplicare iniziative, ma aprire spazi di relazione vera, di ascolto, di fiducia. Siamo chiamati ad essere una comunità accogliente per tutti, aperta e disponibile, in particolare verso chi cerca senso e dignità per la propria vita.
La nostra diocesi desidera tradurre in gesti concreti questo invito, sostenendo attraverso la Quaresima di carità alcune iniziative a favore dei giovani, segno della Chiesa che si fa compagna di strada per le nuove generazioni. Con l’aiuto della Caritas diocesana, della Pastorale giovanile, della Pastorale sociale e del Progetto Policoro, vogliamo promuovere laboratori formativi che aiutino i giovani a scoprire se stessi con la ricchezza che ciascuno è per sé e per gli altri, a custodire la speranza, a far fiorire i talenti che posseggono.
Come si evince dal materiale divulgativo offerto dalla Caritas diocesana per la Quaresima di Carità, si attiveranno iniziative laboratoriali che facciano crescere nei giovani il desiderio di lasciarsi coinvolgere, di conoscere e sviluppare nuove competenze atte a mettere a frutto i propri talenti. Queste iniziative vogliono essere dei semi di futuro. Nell’Oratorio del Fanciullo a Fasano si svilupperanno attività che facciano cogliere il valore educativo dello sport; a Monopoli si potenzierà la sartoria inclusiva come luogo di crescita comune tra giovani disabili e non; a Turi riprenderà la bottega dei fischietti in terracotta presso la Casa circondariale. E inoltre, lì dove è possibile, nasceranno laboratori di apicoltura e falegnameria, per aiutare a scoprire la bellezza del creato e l’operosità delle mani che realizzano oggetti di artigianato.
Sono segni umili ma preziosi di una Chiesa che non si ripiega su se stessa, ma esce per incontrare la vita, soprattutto dove essa è ferita o in cerca di futuro. Uscire, in fondo, significa iniziare ad ascoltare davvero. E l’ascolto è la prima forma di carità, mentre il servizio dà volto alla missione evangelizzatrice della Chiesa.
3. Dall’individualismo alla comunione
La terza strada che ci è dato di percorrere è quella dall’individualismo alla comunione.
Certamente non è terza per importanza! Anzi la ritengo condizione necessaria per la realizzazione delle prime due: è la comunione che può dare forza e robustezza alla fede e alla missione. Viviamo in una società che esalta l’autonomia e la competizione, ma il Vangelo ci indica la via della condivisione e della fraternità. Anche nella vita ecclesiale rischiamo talvolta di agire isolatamente: ciascuno con i propri progetti, le proprie idee, le proprie passioni. Ma senza comunione, anche le opere più belle perdono splendore. L’individualismo è il veleno della nostra epoca e, purtroppo non risparmia la vita ecclesiale. Quanti “io” soffocano il “noi”! Quanti campanilismi, quante gelosie tra gruppi, quanta fatica a lavorare insieme tra sacerdoti e laici. La comunione non è un optional organizzativo, è il segno distintivo del cristiano: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni gli altri» (Gv 13,35). Soprattutto ai sacerdoti chiedo con tutte le mie forze di farsi artefici di comunione. Nessuno, cari Confratelli, si senta da noi emarginato o rifiutato e se avvertiamo che questo è potuto accadere, apriamo strade di riconciliazione, facendo noi il primo passo!
La comunione non è semplicemente lavorare insieme, ma riconoscersi parte dello stesso Corpo di Cristo, in cui ogni membro vive e serve per la vita di tutti. Lo afferma con chiarezza l’apostolo Paolo: «Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12,12.27). Nella comunione si respira l’aria della fraternità, che è segno profetico del Regno di Dio in mezzo a noi. Quando viviamo in comunione rendiamo visibile l’amore trinitario, che è la fonte stessa della nostra fede.
L’esperienza sinodale che stiamo facendo in diocesi ci aiuta a gustare questo stile: ascoltarci, dialogare, discernere insieme ciò che lo Spirito suggerisce a ciascuno.
Nei prossimi mesi continueremo a riflettere sul nostro assetto territoriale e pastorale, cercando di vivere questo processo non solo come riorganizzazione, ma come occasione di conversione ecclesiale, perché ogni comunità diventi sempre più segno della comunione di Dio e strumento di missione. Coinvolgeremo organismi di partecipazione, laici e ministri ordinati, in un cammino che renda sempre più visibile il volto di una Chiesa unita e fraterna.
Una Chiesa che cresce nella comunione illumina il territorio con la luce della speranza. E diventa anche fermento di pace: quella pace disarmata e disarmante, a cui ci sta orientando Papa Leone XIV, che nasce dal cuore riconciliato e si traduce in gesti quotidiani di perdono e solidarietà. Il nostro vivere in comunione e il ripensarci continuamente come Chiesa in cammino saranno luce per tutto il territorio in cui siamo inseriti, offrendo una provocazione costruttiva per crescere e lavorare in rete anche a livello sociale, culturale ed economico. Ne abbiamo davvero bisogno!
Conclusione
Carissimi,
la Quaresima è il tempo in cui lo Spirito ci invita a lasciarci rigenerare dal Vangelo. Non temiamo di percorrere le vie della conversione: esse conducono sempre alla gioia della Pasqua.
Ogni cammino di fede, personale e comunitario, passa attraverso il deserto: ma proprio lì, nella sobrietà e nel silenzio, Dio parla al cuore e rinnova la sua alleanza. Come ci assicura il profeta Osea: «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).
Lasciamoci condurre dalla Parola, nutriamoci dell’Eucaristia, custodiamo la carità fraterna.
Così, passo dopo passo, potremo giungere a una fede più matura, una missione più coraggiosa e una comunione più luminosa. Solo così il mondo potrà intravedere in noi un segno credibile della Pasqua del Signore.
A tutti auguro un cammino quaresimale ricco di grazia, di fiducia e di rinnovato entusiasmo nello Spirito Santo. Camminiamo insieme custoditi dallo sguardo amorevole della Santa Madre di Dio. Alla sua scuola impariamo certamente a credere di più nel Signore, ad essere annunciatori credibili del Vangelo, a tessere relazioni genuine di fraternità. Con Lei, con la sua compagnia, la Pasqua sarà passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla vita.
Tutti vi benedico!
«Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).