Carissimi fratelli e sorelle, presbiteri e diaconi, consacrati e consacrate, distinte Autorità, amato popolo di Dio,
ogni volta che ci incontriamo nell’appuntamento annuale della Messa crismale, avverto nel mio cuore un sussulto, un fremito di gioia. L’assemblea che è davanti a me rappresenta il volto vivo della Chiesa che mi è stata affidata dal Buon Pastore perché la custodisca nella carità, la faccia crescere nella fede e la renda testimone di speranza. Sono dieci anni che camminiamo insieme e non mi stanco, conoscendola sempre di più giorno dopo giorno, di ammirarne la bellezza, che si esprime attraverso l’impegno comune a trasmettere la gioia del Vangelo. Non mancano le fatiche, come non mancano le ferite, però avverto che la nostra Chiesa è la sposa fedele del Signore Gesù ed io, come amico dello Sposo, sento la responsabilità di mantenerla unita pur nella diversità e complementarietà delle sue componenti. L’occasione odierna, che chiude la Quaresima e ci dispone ad iniziare il Sacro Triduo, ci è offerta per gustare la nostra appartenenza al popolo di Dio “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1Pt 2,9). “Proclamare le opere ammirevoli di lui!”. Sì, carissimi, questo è il compito della Chiesa, questo è il compito della nostra Chiesa di Conversano-Monopoli, questo è il compito di ciascuno di noi nella Chiesa. A questo ci abilita la Grazia che ci raggiunge attraverso i Sacramenti, di cui gli olii che tra poco benediremo sono un richiamo. Anche noi, ripieni dello Spirito del Signore, consacrati con l’unzione, siamo inviati come il Servo del Signore, come lo stesso Gesù, “a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore” (Is 61,1-2a). Mi piace richiamare questo compito per dare il giusto contesto al lavoro di rinnovamento che la Chiesa sta compiendo come frutto del percorso sinodale che, chiuso nella sua fase celebrativa lo scorso ottobre, attende ora di essere attuato attraverso le linee contenute nel documento di sintesi finale “Lievito di pace e di speranza”. Quello che ci attende non è un semplice cambiamento di facciata delle nostre comunità, andando avanti come se nulla fosse avvenuto in questi anni di confronto e di dialogo. Si tratta piuttosto di riorientare il nostro impegno perché tutti ci dedichiamo a quella che è la responsabilità fondamentale di ogni discepolo del Signore: portare il lieto annuncio, il Vangelo della gioia, “per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto” (Is 61,2b-3a). Nella prossima assemblea CEI di maggio, i Vescovi italiani offriranno dei criteri per questo lavoro che ci attende. Intanto oggi io voglio consegnare alla Chiesa che mi è stata affidata, in questo contesto liturgico della Messa Crismale, un punto di partenza imprescindibile se vogliamo dare valore salvifico ad ogni nostra azione pastorale.
C’è un dettaglio della pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato su cui vogliamo fermare la nostra attenzione. Gesù entra nella sinagoga di Nazaret, prende il rotolo, legge le parole di Isaia. Poi lo arrotola, lo consegna all’inserviente, si siede. E a quel punto Luca registra qualcosa di straordinario nella sua semplicità: «Gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui» (Lc 4,20). Quelli che lo guardano sono persone che Lo conoscono. O credono di conoscerlo. È il figlio di Giuseppe, il falegname. Lo hanno visto crescere. Sanno dove abita. Eppure, quando Lui si siede e apre la bocca, accade qualcosa di inatteso: «gli occhi di tutti erano fissi su di lui». Non sul rotolo. Su di Lui. Occhi fissi. Non per curiosità, non per abitudine religiosa. Fissi, perché qualcosa in quell’uomo – nella sua voce, nel suo silenzio, nel modo in cui aveva letto – aveva acceso in loro una domanda che non sapevano ancora formulare. Aspettavano. Forse non sapevano bene cosa. Conosciamo il seguito del racconto. I presenti passeranno dallo stupore allo sdegno nei riguardi di Gesù, al punto da volerlo uccidere. Il loro approccio a Lui è stato superficiale e, messi in crisi dalla Sua parola, Lo hanno ripudiato. E un rischio sempre in aguato quando ci si accosta a Gesù. Anche per noi! Si può passare facilmente dall’entusiasmo al rifiuto.
Questa scena è il cuore della Messa Crismale. Ogni anno, questa liturgia ci chiede di tornare a essere come quegli uomini e quelle donne di Nazaret: occhi fissi su Cristo, per lasciarci provocare da Lui. Non su di noi, non sulle nostre fatiche o sui nostri progetti. Su di Lui. Perché soltanto se il nostro sguardo resta fisso su di Lui la Chiesa rimane fedele alla sua vocazione e alla sua missione. Rimettere Cristo, il suo Vangelo, la Grazia che santifica, al centro di tutto. Non a parole, ma nei fatti. Non dimentichiamo quanto ci fa dire la Liturgia delle Ore in una splendida antifona: “Ora si compie il disegno del Padre. Fare di Cristo il cuore del mondo”. Sì, il Padre donandoci il Figlio, vuole che Egli sia il cuore del mondo. Cioè, tutto deve partire da Lui e tutto deve convergere a Lui. Egli è “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,5). Egli è “l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene” (Ap 1,8). Per questo merita che tutto sia orientato a Lui.
Carissimi, vorrei che oggi questa celebrazione ci portasse a ricentrare la nostra attenzione sulla Persona di Cristo. Oggi più che mai occorre ripartire da Lui se vogliamo rendere fruttuoso il ministero della Chiesa, della nostra Chiesa di Conversano-Monopoli, nel mondo. Solo alla luce di questo, possiamo cogliere la portata della proposta del percorso sinodale, che ci provoca a fare un salto di qualità nel lavoro pastorale. Essere lievito di pace e di speranza non è quindi immagine retorica, ma scelta concreta che può dare un volto nuovo alla nostra storia di credenti. Ma lo saremo se ci lasceremo conquistare da Cristo. Cristo incontrato, celebrato, adorato, annunciato, testimoniato: questo è l’impegno di ogni discepolo che da credente vuol diventare credibile.
Come frutto di questa esperienza, comprendiamo le tre consegne fondamentali che il documento ci affida. Esse devono illuminare il nostro cammino per il futuro.
La prima consegna. La conversione missionaria: è urgente e non più rimandabile. Una Chiesa preoccupata solo di gestire ciò che esiste, di mantenere le strutture, di conservare il “piccolo gregge” che già frequenta, sta dimenticando il Vangelo. Il cammino sinodale lo dice con chiarezza: dobbiamo uscire. Alzarci dalle nostre abitudini pastorali e andare, guidati dallo Spirito, che il Risorto dona alla Chiesa. Non è strategia pastorale, è piuttosto la conseguenza dell’incontro con Cristo. Chi Lo ha incontrato davvero non riesce a stare fermo. Come sono incisive a riguardo le parole dell’apostolo Giovanni:, che sono sempre una guida preziosa per noi “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita […], noi lo annunciamo anche a voi” (1Gv 1,1-2). Dall’incontro col Signore all’incontro con i fratelli e le sorelle!
La seconda. La corresponsabilità: non è una concessione che noi pastori diamo ai fedeli laici, è un’esigenza sacramentale. Tutti i battezzati sono portatori di carismi e la comunità cristiana non può permettersi di ignorarli. Vanno piuttosto armonizzati perché convergano a creare comunione e non contrapposizione e divisione: la convivialità delle differenze, direbbe il venerabile don Tonino Bello. Il documento da parte sua la chiama corresponsabilità differenziata: ciascuno secondo la propria vocazione e il proprio ruolo nel popolo di Dio. Non è democrazia ecclesiale; è fedeltà alla visione di Chiesa che il Concilio ci ha donato.
La terza. La sinodalità: deve diventare mentalità, non soltanto strutture nuove da creare. Lo ha detto papa Leone XIV ai vescovi italiani lo scorso giugno: “La sinodalità diventi mentalità, nel cuore, nei processi decisionali e nei modi di agire”. Non basta compiere trasformazioni strutturali, se questo non è accompagnato da un cambio di prospettiva mentale. Deve cambiare il modo di guardare, di ascoltare, di decidere. Questa è la sfida più difficile. Ma è anche quella che permette di costruire prospettive solide.
In questa Quaresima vi ho consegnato un messaggio in cui vi indicavo delle prospettive di impegno comune, che ho chiamato strade di conversione. Le riprendo qui, perché la Messa Crismale è il luogo più appropriato per rinnovarle e rilanciarne il passo.
La prima strada: dalla religiosità alla fede viva. Se non avviene questo salto di qualità, il rischio è di credere solo con le labbra, di credere in un modo che non costa nulla e che non trasforma nulla nella vita. La fede che il Vangelo chiede è un incontro con il Risorto che cambia il cuore, che obbliga a uscire da sé, che rende capaci di vedere negli altri non una minaccia ma un volto da incontrare e da amare e in cui vedere il volto stesso di Cristo. A voi, carissimi presbiteri, chiedo di aiutare le comunità che vi sono affidate ad aprirsi ad una fede matura, fondata sulla Parola e sull’Eucarestia e aperta al servizio.
La seconda strada: dalla conservazione alla missione. Ne ho scritto e lo ripeto: un gregge che non esce al pascolo deperisce. Le nostre parrocchie non possono essere meri uffici religiosi. Devono essere soglie di incontro, luoghi in cui chi è ferito, chi è lontano, chi non si sente degno trovi una porta aperta. Gesù nella sinagoga di Nazaret non ha letto un elenco di buone pratiche religiose. Ha letto un programma di liberazione: “portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista” (Lc 4,18). Quel programma è ancora valido. Ancora attuale. Ancora vincolante.
La terza strada: dall’individualismo alla comunione. Il Cammino sinodale ha ripetuto con forza che la Chiesa è popolo, comunione, corresponsabilità, partecipazione, condivisione di vita. Occorre ora tradurre tutto questo in uno stile: un presbiterio che cammina insieme con la guida del vescovo, parrocchie che non siano solo gestioni di strutture ma comunità che generano e che sono aperte al territorio, ambienti dove la liturgia educa alla vita e la carità rende visibile la fraternità. La comunione non cancella le differenze, le mette in relazione: è il segno che il mondo, oggi così frammentato, ha bisogno di vedere.
In questi mesi, a vari livelli, ci stiamo confrontando su come guardare al futuro anche rispetto all’assetto territoriale della diocesi. Vi chiedo di vivere questo tempo di discernimento non come una riorganizzazione burocratica, ma come un’occasione di conversione ecclesiale. Infatti, la struttura da sola non basta se non cambia il cuore. Ai miei fratelli presbiteri lo dico con tutta la forza del mio cuore: fatevi artefici di comunione. Nessuno si senta emarginato. Nessuno si senta rifiutato. Se sentiamo di aver ferito qualcuno, facciamo noi il primo passo. Sempre. Questo è Vangelo!
Tra poco, carissimi presbiteri, rinnoverete le promesse fatte il giorno della vostra ordinazione. Non le promesse di essere perfetti o infallibili. Le promesse di restare fedeli. Di annunciare il Vangelo anche quando costa. Di servire le persone affidate alle vostre cure con cuore libero e generoso. Non lo fate da soli. Lo fate dinanzi a questo popolo che custodisce i pastori con la sua preghiera. Lo fate con me, mentre rinnovo anche io la mia fedeltà al Signore e a questa porzione di Chiesa che mi è affidata.
Oggi, con rinnovato entusiasmo, rinnovano il loro sì nella fedeltà al Signore i presbiteri che celebrano i Giubilei sacerdotali: don Vito Benedetti, che celebra il settantesimo di ordinazione, don Pasquale Pirulli e don Angelo Fanelli, quest’ultimo proprio oggi, il sessantesimo di ordinazione, don Biagio Convertini, don Leo Giuliano e don Vincenzo Muolo, padre Rocco Iacovelli, francescano minore, che celebrano il venticinquesimo di ordinazione. A tutti loro l’augurio perché possano continuare ad essere seminatori di speranza nel loro ministero con una vita che profuma di Vangelo e di popolo.
Con affetto penso ora al carissimo don Vito Goffredo, monaco del Monastero della Scala a Noci e figlio della nostra Chiesa, che sabato 11 aprile sarà ordinato presbitero. In processione porterà il vaso dell’olio per il Santo Crisma, che poi ungerà le sue mani. Possano le sue mani diventare le mani di Cristo che accoglie, benedice e santifica.
Con gratitudine sentiamo vicini a noi in questa assemblea liturgica i pastori – vescovi, presbiteri e diaconi – che celebrano la Liturgia celeste dinanzi all’Agnello. L’altro giorno si è unito a loro il caro fratello don Gennaro Galluccio, della comunità monastica della Scala di Noci. Intercedano per noi, pellegrini nel tempo, e ci spronino con il loro esempio ad essere tutti fedeli alla propria vocazione.
Ed ora il mio grazie raggiunge tutti voi, cari fratelli e sorelle, che vi siete uniti al mio ringraziamento al Signore per il dono del ministero episcopale, che mi ha condotto in mezzo a voi. Un grazie particolare lo rivolgo alle gentili Autorità civili. La vostra presenza dice del cammino fecondo che stiamo facendo insieme.
Con voi, cari fratelli e sorelle, fisso i miei occhi verso il Signore: respicimus ad Dominum! Sì, carissimi, guardiamo verso il Signore Gesù e diciamogli come ci è necessario il suo sguardo di misericordia, che fa nuovo il nostro cuore.
Teniamo gli occhi fissi su di te, Signore Gesù.
Non sulle nostre stanchezze, non sui nostri fallimenti,
non sulle nostre resistenze alla tua Grazia.
Li fissiamo su di Te, perché solo da Te viene la luce
di cui questo mondo ha tanto bisogno.
E Tu aiutaci a non oscurarla con le nostre miserie.
Sia vicina a tutti noi la Madre tua che, sempre sollecita,
chiede a tutti noi di cercare sempre il Tuo Volto per avere vita.
Amen.